Conosciamo_Claudio Bertorelli

Conosciamo_Claudio Bertorelli

di Asprostudio

Quando è nata la tua passione per il design?
L’atterraggio al design, mio e di Asprostudio, avviene in modo molto naturale, direi “di conseguenza”: stavamo sviluppando un progetto urbano e non trovevamo sul mercato nessuno corpo illuminante capace di risolvere il problema, per questo abbiamo deciso di progettarlo noi. In forma più ampia direi che Asprostudio guarda al design come a un’occasione per risolvere problemi progettuali di scala “altra” dall’architettura e per misurare le proprie capacità con un committente che nel caso specifico è anche produttore, cosa che può accadere solo nel design. Ne esce un rapporto di lavoro molto completo, direi anzi intrigante.

Come si contraddistinguono i tuoi progetti rispetto ad altri?
Credo e spero che la linea di Asprostudio sia sempre più riconoscibile. Un grande progettista ha detto “la varietà è il preludio alla monotonia, se vuoi evitarla ripeti pure il tuo elemento”; la frase è assoluta ma rende l’idea: Asprostudio non cerca il gesto d’effetto ma piuttosto di progettare cose che rallentino il tempo quando le vedi; il miglior indicatore della qualità di un progetto.

L’attività progettuale di Asprostudio è molto eterogenea. Volete mantenere questa eterogeneità o pensate di focalizzarvi in un ambito specifico in futuro?
Asprostudio nasce come struttura multidisciplinare, guidata da figure con esperienze di scala e professionalità diverse. Questo si è rivelato negli anni un punto di forza, perché le committenze sanno di poterci affidare il problema nella sua totalità. Quindi la varietà degli ambiti professionali rimarrà anche in futuro una cifra di riconoscibilità dello studio.

Secondo te il fatto di dedicarvi a diversi ambiti contemporaneamente potrebbe diventare un limite in termini di qualità?
In realtà, crediamo che l’occuparsi del progetto in tutte le sue declinazioni sia e sarà anche in futuro un vantaggio in termini di qualità. Affrontando i problemi da angolazioni diverse, si riescono ad individuare più facilmente problemi e possibilità e, spesso, l’esperenza maturata in un particolare ambito si rivela utile in un altro, come avviene spesso nell’interazione tra architettura e design, tra architettura e tema urbano.

C’è un progetto al quale sei particolarmente affezionato? Se si, perché?
La Egg chair, un perfetto uovo di colombo tagliato a metà. Che guarda caso nasce per necessità, arredare il SAS Hotel di Copenaghen. Ha un solo difetto, costa troppo, problema che va risolto.

Ti confronti con altri designer scambiando idee, consigli, conoscenze?
In realtà non molto spesso. Il confronto è molto più frequente con i committenti (che sono sempre, accanto ai progettisti, la seconda anima di un progetto) e con la giovane classe culturare che ormai è “terra emersa” in Italia, per quanto certe sfere baronali facciano di tutto per impaludarla.

L’ambiente in cui lavori influenza i tuoi progetti?
E’ come chiederci se le letture fatte influenzano i progetti che facciamo. Certo che sì, anche se l’ambiente ti segna in modo inconsapevole, ti trasmette cultura senza dichiararsi. Per non dimenticarsene abbiamo deciso di affiancare all’attività dello studio l’attività di un Centro Studi, così che uno alimenti l’altro, un po’ come decise di fare Rem Koolhaas con O.M.A. e A.M.O..

Secondo te come si evolverà la figura del designer nei prossimi anni?
E’ difficile fare previsioni per il futuro, soprattutto in questo momento di grande incertezza. Di certo, il ruolo del designer è molto cambiato negli ultimi anni: da un lato la crescita geometrica del numero dei designers stessi e dall’altro la tendenza di molte aziende a strutturarsi con uffici stile e progettisti interni ha sicuramente modificato il rapporto tra azienda e designer. Per contro, il design è ormai un valore riconosciuto per un numero sempre crescente di oggetti e produzioni, per cui si stanno aprendo nuovi spazi all’inteno della disciplina che non molto tempo fa non erano forse prevedibili. Di certo, il ruolo del design all’interno della struttura economica e culturale del paese continuerà a svolgere un ruolo fondamentale anche nei prossimi anni. Recentemente ho sentito sostenere una tesi interessante sul fatto che il “design è morto”, nel senso che ormai ogni oggetto che va sul mercato deve stare oltre una certa soglia di qualità: questa condizione apre enormi fatte di mercato ed anche la possibilità di alzare l’asticella della ricerca, come fecero all’inizio i maestri della storia del design.

Che cosa ti aspetti dal progetto “AAA Cercasi Nuovo Artigiano”?
Di affrontare un progetto di design in modo nuovo, confrontandoci con logiche meno legate alla produzione industriale e più alla qualità del manufatto e al rapporto con il produttore. In sostanza, un esperienza inedita nel nostro percorso professionale.

Per quale motivo hai deciso di aderirvi?
Il connubio design/artigianato rappresenta l’unione tra due ambiti molto importanti del nostro sistema produttivo e ci sembra interessante l’idea che AAA  promuove, ovvero di mettere a confronto due realtà che sono annoverate tra le eccellenze del nostro paese: la creatività di prodotto e la qualità produttiva di prodotto.

Hai mai collaborato con degli artigiani?
Parecchie volte; sia in progetti di allestimento e di interior design, sia in esperienze di industrial design, dove talvolta il prodotto prevede lavorazioni che possono essere realizzate solo in termini di produzione artigianale.

Ritieni importante riproporre iniziative simili a queste nel territorio?
Iniziative come questa dovrebbero divenire norma nel percorso annuale di ogni territorio, soprattutto considerata la densità di qualità artigiana nella quale siamo immersi. L’Italia dei piccoli artigiani si muove da locomotiva nel Paese e solo queste occasioni in cui la testa frulla liberamente portano immediato valore aggiunto al mercato e alla cultura progettuale.

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